Lino Banfi, premiato a Turi nel nome di Oronzo Pugliese, racconta la Roma, Gasperini, Malen e il suo storico personaggio Oronzo Canà.
«Stavo andando in Puglia a presentare il mio libro, si avvicina una persona e mi chiede: “Posso chiamarti papà?”. So’ rimasto senza parole. Era il figlio di Oronzo Pugliese». Lino Banfi ride. E poi si emoziona. Perché quell’incontro con il figlio di uno degli allenatori storici del calcio italiano ha fatto sì che stasera sia premiato a Turi con il riconoscimento che porta proprio il nome di Pugliese.
«Non sapete quanto mi faccia felice questo riconoscimento. Sembra che anche il presidente federale Malagò mi mandi un messaggio. Sono certo che riporterà l’Italia in alto, dove merita, e magari al Mondiale, tra quattro anni, metterà Oronzo Canà vicino a Mancini».
Da Oronzo Canà a Gasperini: il racconto di Lino Banfi
Le sarebbe piaciuto diventare sul serio allenatore? «No, il mio mestiere è sempre stato un altro. Però, a 90 anni, posso dire che il calcio mi ha regalato una popolarità infinita. “L’allenatore nel pallone” è un film cult».
Recentemente è stato a Trigoria, ha incontrato Gasperini e i giocatori della sua Roma. «Ma sapete che ci siamo emozionati tutti, io e loro? Dybala mi conosceva, conosceva le battute del mio film, e pure quel bravo ragazzo di Pellegrini… E poi Gasperini, quanto mi piace».
Anche se non gioca proprio con la sua famosa “bizona”? «Per quella ci sono dei segreti speciali. Ma c’ha quel colosso davanti».
Malen? «Fantastico. Mi mette allegria quando gioca, fa sempre la cosa giusta al momento giusto. Secondo me, questa Roma nel giro di un paio d’anni può vincere qualcosa di importante».
Roma a parte, qualche giocatore che le piace? «Ce ne sono tanti, ma la verità è che a me piacciono davvero solo i romanisti».
Diciamo che coccola i calciatori della Roma come Oronzo Canà coccolava Aristoteles della Longobarda. «Più o meno, anche se quelli erano altri tempi. Adesso il calcio è un po’ diverso, non so quanto spazio ci sia ancora per rapporti così. Ma a volte gli allenatori, soprattutto con i giovani e con chi viene da altri Paesi, devono essere un po’ genitori. Pensate che mi hanno raccontato che ci sono giocatori stranieri che guardano “L’allenatore nel pallone”: non so che cosa capiscano, ma pare si divertano».
fonte: Corriere dello Sport