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Mourinho e De Rossi, le partite del cuore

Mourinho e De Rossi, le partite del cuore

Nel giro di una settimana, una partita dopo l’altra, l’Olimpico riaccoglierà Mourinho e poi De Rossi. Due pezzi di cuore per i romanisti.

Il Messaggero (S.Carina) – Per certi versi, sarà come chiedere al tifoso romanista se vuole più bene a papà o a mamma. Sì, perché incrociare Mourinho e De Rossi nel giro di quattro giorni sarà qualcosa di bello ma innaturale, di gioioso e malinconico per quello che è stato, poteva essere e si è interrotto invece bruscamente. Per carità, l’entusiasmo che si respira oggi con Gasperini è tangibile ma basta ascoltare qua e là le radio locali per rendersi conto che quella appena iniziata non sarà una settimana come le altre. Anche perché Josè e DDR, con storie diverse, sono state le facce di una stessa medaglia: lustrata, esibita, della quale vantarsi e poi, all’improvviso, cestinata.

Mourinho De Rossi
Daniele De Rossi

Mourinho e De Rossi, due guide per i romanisti

Partiamo da Mou, perché aggiungere qualcosa alla love story di Daniele con la Roma è veramente molto difficile. All’inizio dell’era Friedkin serviva una guida, un totem, un nuovo capostipite che riaccendesse il sacro fuoco dell’appartenenza dopo lui e Francesco. E dal suo arrivo, Josè ha rappresentato proprio questo: una guida carismatica, un simbolo di rivalsa e un punto di unione viscerale con la piazza. Oggi è normale leggere “sold out” alle partite casalinghe della Roma. Prima del portoghese non era così. Ha vinto una Conference, gli è stata scippata un’Europa League ma il successo più importante è stato quello di regalare un sogno che va al di là dei numeri.

In Europa, col portoghese in due stagioni la Roma si è sentita invincibile. Più che la notte di Tirana, l’emblema è il ritorno con il Bayer Leverkusen. E quella corsa a fine partita attaccandosi alla rete che separava i tifosi dal campo, è qualcosa che non si può spiegare. Come la notte di Budapest che per molti non è legata al campo ma a Josè, lasciato solo dalla dirigenza, nel garage dello stadio a prendere di petto l’arbitro Taylor. Per questo motivo, quando i Friedkin hanno deciso di esonerarlo all’improvviso, come tra l’altro era stato annunciato, non poteva non essere che De Rossi a subentrargli.

Era un ragazzino biondo quando Bruno Conti lo portò a Trigoria. Faceva l’attaccante, con poche qualità, molto meglio da centrocampista centrale per poi diventare una colonna nella Roma (616 partite, il secondo più presente all-time e 63 gol) e campione del Mondo, con quella maledetta etichetta di Capitan Futuro che non è mai riuscito a togliersi di dosso. Nemmeno quando il presente gli ha regalato la panchina romanista. Un sogno per Daniele durato troppo poco. Il ritorno da avversario l’ha già vissuto. Che, poi, definirlo avversario quando c’è la Roma di mezzo, suona veramente molto stonato.

Giornalista sportivo appassionato di calcio.

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