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Montella e la Roma, quando l’Aeroplanino volava sopra l’Olimpico: nostalgia

Montella e la Roma, quando l’Aeroplanino volava sopra l’Olimpico: nostalgia

Ci sono calciatori che, anche molti anni dopo, sembrano appartenere ancora a un luogo. Sarà per l’attaccante che erà, sarà perche faceva parte della Roma dello Scudetto.

Vincenzo Montella per la Roma è più di un semplice attaccante.

Basta pronunciare il suo nome e, per una generazione di tifosi romanisti, le immagini arrivano quasi automaticamente: la maglia giallorossa larga addosso, il numero 9, le braccia aperte dopo un gol, quella corsa diventata un simbolo. L’Aeroplanino.

Erano altri anni. Un altro calcio, probabilmente. Un calcio nel quale non servivano dieci telecamere nello spogliatoio per trasformare un giocatore in un personaggio. Bastava segnare. E Montella, a Roma, lo fece parecchio.

Ma ridurre il rapporto tra Montella e la Roma ai gol sarebbe quasi ingeneroso. Perché quella storia racconta anche una città, una squadra e soprattutto un periodo in cui il tifoso romanista aveva la sensazione che tutto fosse possibile.

L’arrivo alla Roma e quella squadra piena di sogni

Montella arriva nella Capitale nell’estate del 1999, dopo essersi fatto conoscere soprattutto con la Sampdoria.

È un attaccante particolare. Non ha il fisico del centravanti classico, non è il numero nove che vive soltanto dentro l’area di rigore. È rapido, intelligente, tecnico. Sente la porta.

Soprattutto, sembra avere qualcosa che non si può insegnare: capisce prima degli altri dove finirà il pallone.

La Roma di quegli anni sta crescendo. Franco Sensi sogna in grande e costruisce una squadra destinata a entrare nella memoria collettiva del popolo giallorosso.

Francesco Totti è ormai il simbolo assoluto. Gabriel Omar Batistuta arriverà poco dopo. Cafu corre sulla fascia, Aldair rappresenta l’eleganza e la storia, Emerson detta i tempi, Samuel diventa il muro.

E lì davanti c’è anche lui.

Montella.

In un reparto offensivo dove gli spazi sembrerebbero pochi, l’Aeroplanino riesce comunque a ritagliarsi il proprio posto.

Ed è forse proprio questo uno degli aspetti che oggi ricordiamo meno: Montella non ebbe sempre la certezza di essere il protagonista principale, ma seppe diventare decisivo lo stesso.

Lo Scudetto del 2001: il calcio prima degli smartphone

Per capire davvero cosa rappresenti Montella per la Roma bisogna tornare al 17 giugno 2001.

Roma-Parma.

L’Olimpico.

Una città che praticamente non dorme.

La Roma vince 3-1 e conquista il terzo Scudetto della propria storia.

Segnano Totti, Montella e Batistuta.

A rileggerli oggi, quei tre nomi sembrano quasi la sceneggiatura perfetta di un film.

Il Capitano.L’Aeroplanino.Il Re Leone.

Montella segna uno dei gol della partita che consegna matematicamente il titolo alla Roma. E in qualche maniera quel momento fotografa perfettamente la sua avventura in giallorosso.

Non sempre il primo nome pronunciato quando si parla di quella squadra. Ma sempre lì, quando serviva.

C’è anche un elemento generazionale che rende quei ricordi ancora più potenti.

Era un calcio vissuto in maniera diversa.

Non c’erano notifiche continue sul telefono. Non esistevano centinaia di video di ogni allenamento. Il mercato non veniva aggiornato minuto per minuto sui social network.

Si aspettava la partita. Si leggeva il giornale. Si parlava al bar.

Si ascoltavano le radio romane.

E quando arrivava il giorno della gara, per novanta minuti esisteva praticamente soltanto quello.

Per molti tifosi la Roma dello Scudetto non rappresenta solamente una squadra fortissima. Rappresenta un pezzo della propria giovinezza.

Ed è per questo che Montella non è soltanto un ex calciatore.

È un ricordo.

Il derby dei quattro gol: la notte in cui diventò eterno

Poi c’è una partita.

Forse la partita.

Roma-Lazio, 10 marzo 2002.

Il derby finisce 5-1 per i giallorossi.

Quattro gol sono di Vincenzo Montella.

Quattro.

In un derby.

Certe prestazioni smettono immediatamente di essere statistiche e diventano patrimonio popolare.

Ancora oggi basta dire “i quattro gol di Montella” a un tifoso romanista perché non serva aggiungere altro.

L’Aeroplanino quella sera volò realmente sopra Roma.

Primo gol, secondo, terzo, quarto. Un’esibizione devastante, dentro la partita più emotivamente importante della stagione.

Non era soltanto vincere un derby.

Era dominarlo.

Era trasformarlo in un racconto da tramandare.

Ci sono bambini che scoprirono Montella proprio quella sera e oggi sono adulti. Alcuni avranno probabilmente portato i propri figli allo stadio raccontando:

“Una volta qui Montella ne fece quattro alla Lazio”.

È questo il passaggio attraverso cui un calciatore entra nella mitologia di una squadra.

Non servono necessariamente vent’anni nello stesso club.

Serve una notte che nessuno dimentichi.

Montella quella notte ce l’ha.

Un attaccante che sarebbe moderno ancora oggi

Riguardandolo con gli occhi del calcio del 2026, Montella appare curiosamente moderno.

Non era soltanto un finalizzatore.

Sapeva muoversi tra le linee, attaccare la profondità, dialogare con i compagni, occupare gli spazi senza pallone.

La sua arma principale era probabilmente il movimento.

Montella non aspettava semplicemente il pallone: creava la situazione nella quale avrebbe potuto riceverlo.

Un dettaglio fondamentale.

Non aveva bisogno di dominare fisicamente i difensori. Li batteva spesso attraverso la lettura dell’azione.

Un passo in anticipo.

Un movimento sul primo palo.

Una diagonale.

Un taglio alle spalle del centrale.

Poi arrivava il pallone e, molto spesso, arrivava anche il gol.

Per questo sarebbe interessante immaginarlo nel calcio attuale, dove agli attaccanti viene chiesto sempre più frequentemente di interpretare più ruoli all’interno della stessa partita.

Montella avrebbe probabilmente potuto farlo benissimo.

Totti, Batistuta e Montella: un attacco che oggi sembra irreale

Anche la semplice composizione dell’attacco della Roma di quegli anni provoca una certa nostalgia.

Totti, Batistuta, Montella.

Oggi un reparto del genere sembrerebbe quasi impossibile da costruire, considerando costi, equilibri, gestione dello spogliatoio e necessità economiche.

Eppure Fabio Capello si trovò a gestire proprio quell’abbondanza.

Montella avrebbe potuto vivere male quella situazione.

Un attaccante con il suo talento avrebbe potuto pretendere il posto fisso.

Invece seppe convivere con una concorrenza enorme e continuò a trovare la porta.

Questo contribuì a creare un legame particolare con il pubblico romanista.

Perché Roma riconosce immediatamente una cosa: chi dà tutto quando entra in campo.

Puoi giocare novanta minuti oppure venti.

Se in quei venti minuti dimostri di voler cambiare la partita, l’Olimpico se ne accorge.

Montella questo rapporto con lo stadio lo costruì gol dopo gol.

Quando tornò sulla panchina giallorossa

La storia tra Montella e la Roma ebbe anche un secondo capitolo.

Nel 2011, dopo le dimissioni di Claudio Ranieri, la società affidò temporaneamente la squadra proprio a lui.

Era una Roma completamente diversa.

Non più quella dello Scudetto.

Non più la Roma di Sensi degli anni d’oro.

Era una società vicina a un cambiamento epocale, con il passaggio verso la nuova proprietà.

Montella si ritrovò quindi sulla panchina della squadra con cui aveva scritto alcune delle pagine più belle della propria carriera.

Un incarico difficile, nato in emergenza e durato pochi mesi.

Ma anche quella parentesi racconta qualcosa.

La Roma, in un momento complicato, decise di affidarsi a una persona che conosceva Trigoria, l’ambiente e soprattutto il significato di quella maglia.

Non arrivò il lieto fine cinematografico.

Forse proprio per questo il rapporto tra Montella e la Roma è rimasto ancora più autentico.

Non tutte le storie devono necessariamente concludersi con una coppa alzata.

Montella Roma 1 5

Montella e quella Roma che probabilmente non tornerà più

La nostalgia, nel calcio, rischia sempre di ingannarci.

Ci convince che tutto ciò che appartiene al passato fosse migliore.

Probabilmente non era così.

Anche quella Roma aveva problemi, sconfitte, tensioni, giocatori criticati e partite sbagliate.

Eppure qualcosa era realmente diverso.

Il rapporto tra squadra e tifoseria era meno filtrato.

I calciatori diventavano familiari attraverso le partite, non attraverso i contenuti social.

Le immagini dei gol rimanevano impresse perché venivano viste decine di volte, non perché venivano consumate in pochi secondi prima di passare al video successivo.

Montella appartiene perfettamente a quell’epoca.

Forse anche per questo oggi ricordarlo provoca una sensazione particolare.

Non ricordiamo soltanto un centravanti.

Ricordiamo come guardavamo il calcio quando giocava quel centravanti.

Ed è una differenza enorme.

L’Aeroplanino non è mai realmente atterrato

Il calcio continua.

Cambiano gli allenatori.

Cambiano i presidenti.

Cambiano i giocatori.

Cambiano persino gli stadi nei quali sogniamo di vedere le partite del futuro.

Ma ogni club possiede una propria galleria invisibile di immagini.

Per la Roma ce ne sono tantissime.

Totti che alza la maglia.

Batistuta sotto la Curva.

Cafu che corre sulla fascia.

Aldair.Samuel.Candela.

E poi c’è un uomo che corre dopo aver segnato e allarga le braccia.

L’Aeroplanino.

Forse il vero significato della nostalgia calcistica è proprio questo.

Non voler necessariamente tornare indietro.

Ma riuscire, per qualche secondo, a sentire nuovamente quello che sentivamo allora.

E basta rivedere Vincenzo Montella con quella maglia addosso, le braccia aperte davanti all’Olimpico, per riuscirci.

Perché certi giocatori lasciano una squadra.

Altri rimangono sospesi sopra lo stadio per sempre.

A cura de La Mente Nostalgica

Giornalista sportivo appassionato di calcio.

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