Edoardo Bove e Roma, ma il calciatore guarda al futuro senza voler chiudere nessuna porta. L’ex centrocampista giallorosso è tornato a raccontarsi in occasione della presentazione del docufilm In un Battito, un progetto che ripercorre il dolore, la rinascita e la speranza dopo quanto vissuto lontano dai riflettori del campo. Tra le emozioni personali e i ricordi in giallorosso, il classe 2002 ha parlato anche della possibilità di tornare in Italia e dell’affetto ricevuto dai tifosi romanisti.
Bove dopo “In un Battito”: il racconto oltre il calcio
Bove si è presentato alla conferenza stampa di presentazione del docufilm, insieme all’attore Edoardo Leo e al regista Giovanni Troilo. Un’occasione per mostrare una parte di sé che va oltre il ruolo di calciatore e che, spesso, resta nascosta dietro le prestazioni e i risultati.
“Ho voluto far vedere più me stesso che il calcio”, ha spiegato l’ex giallorosso. Il documentario nasce proprio con questa intenzione: raccontare l’uomo prima dell’atleta, dando spazio alle emozioni, alle difficoltà affrontate e alla forza necessaria per guardare avanti.
Il percorso narrato in In un Battito attraversa momenti dolorosi, ma lascia spazio anche alla gioia e alla speranza. Per Bove, raccontarsi significa permettere al pubblico di conoscere una dimensione più intima della propria storia, senza limitarsi a ciò che accade sul terreno di gioco.

EDOARDO BOVE E ROMA ECCO LE SUE PAROLE
Il suo cuore è stato più forte di un destino avverso. Cosa ha provato quando è rientrato per la prima volta in campo? Come sta vivendo questa fase della tua vita e quanto è ancora forte il legame con Roma?
“Sì, un cuore più forte, anche se il cuore mi ha fatto uno scherzetto, perché anche questo c’è da dirlo. Quel giorno è stato davvero emozionante per me tornare nello stadio in cui sono cresciuto e ricevere quel tipo di affetto che, se devo essere sincero, non sentivo nemmeno di meritare per quanto fatto sul campo. Però i tifosi della Roma sono anche questo: vanno un pochino oltre i risultati e questo tipo di situazioni. Il ritorno in campo con il Watford è stata un’altra emozione grandissima, ma credo che una delle cose che emergono dal film, e che sia importante sottolineare, è che in realtà il ritorno in campo è stato a volte difficile. Ho iniziato a riallenarmi, ci ho messo un pochino di tempo e non ho giocato subito. Con Giovanni dicevamo che il film non è finito bene, come pensano tutti, ma è finito vero. Perché la realtà delle cose è che ho dovuto, e devo tuttora, riconquistarmi tutto in campo. Per me questa è una grande spinta, una grande motivazione”.
Sa dirci qualcosa in più sulla Legge Bove? A che punto siamo?
“È un disegno di legge che credo possa essere approvato. Mi hanno detto che a gennaio sarà calendarizzato, quindi anche questo è uno step importantissimo. È un percorso che abbiamo iniziato a fare anche grazie al film, perché sono entrato in contatto con tante associazioni e fondazioni che informano e sensibilizzano sul primo soccorso”.
Le piacerebbe tornare a giocare in Italia?
“Per quanto riguarda invece la possibilità di tornare a giocare in Italia con un cambiamento della legge, la verità è che questo tipo di regolamentazioni è ancora in evoluzione. Io in questo momento sono davvero felice dove sono, non posso nasconderlo. Uno dei miei obiettivi era comunque quello di andare a giocare all’estero e mettermi alla prova in un contesto differente. Però non posso nascondere che con un occhio, con un orecchio, un po’ con tutto, sono ancora qui in Italia. Guardo la Serie A, seguo lex partite e in futuro, perché no, mi piacerebbe tornare in Italia”.
Nel film non si vedono scene di calciatori che le sono state vicino. Si è sentito abbandonato da qualcuno nel mondo del calcio?
“In realtà, no. Nel mio film non volevo mostrare il mondo del calcio: volevo parlare di me. Nessuno mi ha abbandonato, in molti non si sono voluti far riprendere. Ma ci sono stati. Ho ricevuto parecchio affetto in questi, da parte di tutti”.
Ha visto quello che è successo nuovamente a Eriksen. Le ha fatto effetto?
“Non nascondo che vederlo mi ha fatto effetto. Però sono stato contento perché il defibrillatore ha funzionato” (ride, ndr)”.
Quanto ti ha aiutato il defibrillatore a ritrovare serenità nella vita quotidiana?
“Il defibrillatore mi permette di stare più sereno. Anche se il cuore mi dovesse fare un altro scherzetto. Ora ci scherzo. Inizialmente mi dava fastidio guardare le immagini di me che stavo per terra”.
Roma non le ha mai fatto mancare affetto. Spera che questa legge possa cambiare e permetterle di tornare a giocare con la Roma?
“Non nascondo che comunque sono rimasto legato alla Roma e all’Italia. Ora sono felice al Watford, però non voglio chiudermi nessuna strada”.
Il suo sogno è tornare in Italia?
“Non lo chiamerei sogno. Il mio sogno era quello di tornare a calcio. Può essere una possibilità futura, però”.
C’è stato Eriksen che ha deciso di continuare. Aguero, invece, no. C’è qualcuno che l’ha spinta a tornare in campo?
“Non c’è una persona in particolare che mi ha aiutato a tornare in campo. Ci sono stati medici che mi hanno guidato e indirizzato. La decisione, comunque, non è stata soltanto mia: ho fatto tante visite”.
Il messaggio più bello ricevuto in campo?
“La presenza di Flavio Cobolli mi è rimasta impressa. Lui mi è sempre stato vicino, e questo non lo dimenticherò mai”.
Dopo quanto successo, è cambiato il suo rapporto con il tempo?
“Sì, è cambiato. Ho capito come gestire il mio tempo libero. E farlo non è stato scontato. Con le vite frenetiche di oggi, non possiamo fermarci un attimo. Io ho avuto la fortuna e sono grato, per assurdo, di aver avuto questa possibilità di guardarmi dentro. Voglio continuare a essere me stesso. Il calcio è la mia più grande passione”.
Un tuo giudizio sul campionato? Dove può arrivare questa Roma?
”La Serie A è un campionato lungo. La Roma è partita bene, però vediamo come si evolve la stagione”.