Tiziana Alla, giornalista Rai della Nazionale e prima telecronista donna in un Mondiale maschile, in un’intervista ha parlato del proprio legame con la Roma

Roma, ecco le parole di Tiziana Alla nell’intervista
Tiziana Alla ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera e, oltre alla propria esperienza professionale, ha parlato anche della Roma e della passione che la lega ai tifosi e ai colori giallorossi raccontando qualche aneddoto come quello della finale di Champions League del 1984.
Di seguito le sue parole:
Tiziana Alla, da bordocampista Rai della Nazionale a prima telecronista di un Mondiale di calcio maschile: che esperienza è stata?
“Intensa, entusiasmante: un altro sport rispetto a quanto avevo fatto fin qui”.
Cosa intende?
“Il Mondiale l’avevo seguito in Qatar da inviata, ma da telecronista è tutta un’altra cosa: sei sola con te stessa. Viene meno il gioco di squadra, che io preferisco.”
In un Paese nel quale fa notizia una telecronista donna, il cliché della presentatrice sportiva avvenente fa parte del problema?
“A me dispiace che il ruolo di giornalista sportiva sia identificato per forza con l’aspetto, perché è una cosa che ti limita. Mi auguro che chi vuole fare questo mestiere punti sulle proprie capacità e non si lasci identificare dall’immagine: è legittimo voler essere curate e di bell’aspetto, ma noi per prime dobbiamo pensarci anche in ruoli diversi da quelli che ci assegna l’immaginario maschile.”
Le dà fastidio che una telecronista donna faccia notizia?
“Da quando il direttore Lollobrigida ha deciso di inviarmi negli Usa per raccontare le partite ho fatto tante interviste, sono stata pure da Marzullo. Ma sono sempre stata abituata ad essere dall’altra parte: mi piace raccontare gli altri, più che me stessa.”
Gli stadi li ha sempre frequentati?
“Fin da bambina, con mio padre. Mi piaceva l’atmosfera, il senso di comunità, poi mi sono abbonata. E sono cresciuta in curva”.
Faceva le finte telecronache?
“Ero più orientata verso il giornalismo scritto e facevo soprattutto le finte cronache scritte dell’Under 21: le inviavo al Corriere dello Sport, per capire se potevano piacere, ma non ho mai ottenuto risposta. Ogni tanto però è vero, negli anni delle scuole medie toglievo il volume e provavo a fare io il commento…”.
Crescere a Roma, alla Garbatella, che imprinting le ha dato?
“Quel senso di comunità di cui parlavo prima: avere una mente un po’ più aperta alle diversità, grazie a una certa vivacità, non solo culturale, ma anche di tipi umani”.
Dato che non ho ancora capito per che squadra tifava da ragazza, le faccio un test: dov’era la sera del 30 maggio 1984?
“Ero in curva a vedere la Roma che perdeva la finale di Coppa dei Campioni ai rigori… I drammi giallorossi li ho vissuti tutti, ma anche i due scudetti, quello del 1983 da tifosa e quello del 2001 da giornalista. Dopo il primo dei due, andai a piedi dall’Olimpico al Circo Massimo per vedere il concerto di Venditti”.