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Svilar parla della Roma: “Ora so parare i pensieri negativi”

Svilar parla della Roma: “Ora so parare i pensieri negativi”

Mile Svilar parla della Roma, di Gasperini e della preparazione mentale. L’intervista a cuore aperto del portierone giallorosso tra pensieri e ambizioni.

C’è un lato oscuro del ruolo di portiere che dunque non si può vedere. Un lato fatto di pensieri, attese e pressione. Mile Svilar ne parla in un’intervista al Corriere della Sera, spaziando su vari argomenti. Dalla crescita alla Roma al lavoro con Gasperini, dalla sfida con i grandi attaccanti a quel sogno chiamato Nazionale, il guardiapali giallorosso si racconta a cuore aperto.

Svilar parla della Roma: le sue dichiarazioni

«Il mio vero nemico è il pensiero. La parte più difficile del mio lavoro è quella in cui non faccio niente. Anzi, quella in cui tutti credono che non faccia niente».

E invece cosa fa? «Penso. Che è più difficile di parare. Perché è più semplice essere sempre sotto stress con gli interventi: lì non hai tempo di ragionare e ti aiuti con l’istinto. Ma in una squadra dominante come la Roma, che la maggior parte della partita la gioca nell’altra metà campo, io passo molto tempo solo con me stesso. E devo pensare. E penso negativo: un portiere deve ipotizzare sempre lo scenario peggiore. Il rischio, però, è che i pensieri negativi ti travolgano».

Come si combatte? «Nel giorno della partita faccio una seduta con il mio mental coach. Facciamo un po’ di visualizzazione, di respirazione. Così, anche se so che arriverà il peggio, sono preparato ad affrontarlo».

Roma-Inter è il peggio, considerata la forza degli avversari, o il meglio? «È una grande partita che non vediamo l’ora di giocare per misurarci contro la squadra più forte del campionato, e che negli ultimi anni è stata al top».

È l’inizio di un duello scudetto? «In questa città fai 2 o 3 partite buone e vieni esaltato, poi perdi ed è il dramma. Noi dobbiamo essere equilibrati. Però sappiamo da dove veniamo e sappiamo dove vogliamo andare. Lo scorso anno non abbiamo cominciato dicendoci: “Arriviamo terzi”. Però dopo 20-25 gare abbiamo capito che la qualificazione Champions si poteva fare».

Non avete la sensazione di essere più vicini all’Inter? «Stiamo meglio, sì, anche per come stiamo giocando. Ed è anche normale: alla seconda stagione con Gasperini mettiamo in pratica le sue idee in maniera automatica». Chi parla di un podio Inter, Roma e Como sbaglia? «Per il tipo di gioco, per i gol, per il modo di vincere le partite, può essere giusto. Ma siamo a settembre, è presto».

Che cosa le chiede Gasperini di diverso dagli altri tecnici? «Lui è differente dagli altri perché mi lascia libero nelle scelte. Proviamo qualcosa con i piedi, anche se è più difficile con le nuove regole. Ma non vogliamo mai prendere rischi inutili. Nel calcio di oggi tutti vogliono inventarsi qualcosa col gioco dal basso: è esagerato, gli errori costano punti».

Su 138 partite, 54 clean sheet. E quest’anno tre su quattro in A. «È molto difficile creare occasioni contro di noi. Ma tenere la porta inviolata è un lavoro di squadra. Sono sincero: se vinco 2-1 e faccio 2-3 interventi decisivi, mi dà più soddisfazione, anche se non fa statistica».

Qual è il suo segreto negli uno contro uno? «Il timing, credo di avere tempismo nelle uscite basse, nel capire subito qual è la scelta giusta. Forse è così perché fin da bambino lo facevo: mi buttavo tra i piedi degli altri imitando mio papà».

La scorsa estate c’è stato il Mondiale. E lei non può giocare con il Belgio avendo già indossato la maglia della Serbia. Al netto del caso, quanto le manca quella vetrina? «Ero in vacanza, guardavo le partite e mi dicevo: “Ma che ci faccio io qui? Perché non sto lì?”. Non posso dire che va bene così, sarei bugiardo. Spero che un giorno si risolva, mai dire mai».

Studia gli attaccanti? «Tanto. Al video, in settimana e anche il giorno gara».

L’avversario più difficile? «Lautaro, difficilissimo da decifrare. E Thuram, mamma quanto è rapido».

I colleghi che più le piacciono, in A. «In assoluto Maignan e Carnesecchi».

La Juventus ha offerto 40 milioni per lei. È stato vicino a lasciare la Roma? «Non ho avuto neppure un colloquio su questa cosa. Non sono uno che firma un rinnovo fino al 2030 e l’anno dopo rinnega la scelta fatta».

Se le dico De Rossi? «Mi ha cambiato la vita. Forse oggi non sarei alla Roma senza di lui».

L’idolo di sempre? «Casillas. A casa custodisco gelosamente due sue maglie del Real Madrid e del Porto, e un paio di suoi guanti».

C’è una cosa che le dà fastidio del mondo del calcio? «Ma come faccio a odiarlo? Ha dato tanto alla mia famiglia, a mio papà, a me. Faccio il lavoro più bello del mondo. Se anche ci fosse qualcosa che non va, me lo tengo stretto. In Belgio sento molti ex giocatori dire: “Tornassi indietro, non rifarei la carriera di calciatore”. Io li ascolto e penso: “Rifarei tutto”».

Giornalista sportivo appassionato di calcio.

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